venerdì 26 aprile 2013

IL ROSPO di Victor Hugo, poesia che s'imparava alle medie per amare gli animali



Cosa ne sappiamo noi? Chi dunque conosce il fondo delle cose?
Il tramonto sfavillava fra le nuvole rosa;
Era la fine d’un giorno di tempesta, e l’occidente
Tramutava l’acquazzone in fiamma nel suo braciere ardente;
Sul ciglio d’un sentiero, vicino a una pozzanghera,
Un rospo guardava il cielo, abbagliato, affascinato;
Serio, egli meditava; l’orrore contemplava lo splendore.
(Oh! Perché la sofferenza e perché la bruttezza?
Ahimè! Il basso Impero è pieno di Augustucoli,
I Cesari di misfatti, i rospi di pustole,
come il prato di fiori e il cielo di sole!).
Le foglie bagnate s’imporporavano sugli alberi;
L’acqua luccicava, in mezzo all’erba, sul sentiero;
La sera si dispiegava come un vessillo;
Gli uccelli abbassavano il canto indebolito durante il giorno;
Tutto s’acquietava d’intorno; e, in pieno oblio di sé,
Il rospo, senza timore, senza vergogna, senza collera,
Dolce, ammirava la grande aureola del sole;
Forse il maledetto si sentiva benedetto.
Non v’è un solo animale che non abbia un riflesso d’infinito;
Non v’è pupilla abietta e vile che non tocchi
La vetta in un lampo, sia essa tenera o selvaggia;
Non v’è mostro, disprezzabile, torbido, impuro,
Che non abbia l’immensità degli astri negli occhi.

Un uomo che passava notò l’orrida bestia,
E, rabbrividendo, gli mise un piede sulla testa;
Era un sacerdote che stava leggendo un libro;
Poi una donna, con un fiore sul corsetto,
Gli ficcò nell’occhio la punta dell’ombrello;
Il sacerdote era vecchio, la donna era bella.
Spuntarono quattro scolari, sereni come il cielo.
-Ero bambino! Ero piccolo! Ero crudele!-
Chiunque in questa terra, ove la purezza dell’anima è spesso
Una chimera, potrebbe iniziare così la recita della sua vita.
Si hanno il gioco, l’ebbrezza e l’alba negli occhi,
Si ha una madre, si è degli scolari gioiosi,
Dei piccoli uomini felici, che respirano l’atmosfera
A pieni polmoni, amati, liberi, contenti; che fare
Se non torturare qualche essere sventurato?
Il rospo saltellava verso il fossato del sentiero.
Era l’ora in cui nei campi si azzurrano gli orizzonti;
Selvatico, egli cercava la notte; i ragazzi lo scorsero
E gridarono: “Ammazziamo quest’animale schifoso!
E siccome è così brutto, facciamogli anche del male!”
E ognuno di loro, ridendo –il ragazzo ride quando uccide-
Si mise ad infilzarlo con un ramo puntuto,
Allargando la cavità dell’occhio maciullato, infierendo
Sulle ferite, rapiti, compiaciuti di ciò che accadeva;
I passanti ridevano; e l’ombra sepolcrale
Copriva questo nero martirio privo di rantoli,
E il sangue, spaventoso, colava da tutte le parti
Sulla povera creatura, la cui sola colpa era d’esser brutta;
Egli fuggiva; aveva una zampa fracassata;

Un ragazzo lo colpiva con un badile scheggiato;
E ogni colpo faceva schiumare quel proscritto
Il quale, anche quando il sole sorrideva su di lui,
anche sotto il grande cielo, strisciava nel fondo d’un fosso;
E i ragazzi dicevano: “E’ malvagio! Sbava!”
La sua fronte sanguinava; il suo occhio penzolava; fra il rovo
E la ginestra, raccapricciante a vedersi, egli avanzava;
Si sarebbe detto che uscisse da qualche terribile gabbia;
Oh! Quale oscuro atto, peggiorare la miseria!
Aggiungere l’orrore alla difformità!
Distrutto, sballottato fra i sassi,
Continuava a respirare; senza riparo,
arrancava; si sarebbe detto che la morte, schizzinosa,
lo trovasse così orrendo da rifuggirlo;
I ragazzi volevano prenderlo in un laccio,
Ma egli scappò loro, scivolando lungo una siepe;
Il passaggio era sgombro, vi trascinava le sue piaghe
E ci si inoltrava, insanguinato, sfiancato, il cranio squarciato,
Avvertendo brividi di freddo in quella verde cloaca,
Lavando la crudeltà dell’uomo in quella melma;
E i fanciulli, con la primavera sulle gote ridenti,
Biondi, graziosi, non s’erano mai divertiti tanto;
Parlavano tutti assieme e i grandi ai più piccoli
Gridavano: “Venite a vedere! Adolphe, Pierre, che ne dite?
Finiamolo con una grossa pietra!”
Tutti assieme, su quell’essere dall’esecrabile destino,
Essi appuntarono gli sguardi, mentre il disperato
Vedeva incombere su di lui quei visi spaventosi.
-Ahimè! Magari avessimo delle mete, senz’avere dei bersagli;

Quando miriamo un punto dell’orizzonte umano,
avessimo la vita, e non la morte, nelle nostre mani.-
Tutti quegli occhi seguivano il rospo nel fango;
esprimevano al tempo stesso furore ed estasi;
Uno dei fanciulli ritornò, portando con sé una lastra di pietra,
Più pesante ancora per averla sollevata malagevolmente,
E disse: “Adesso vedremo come se la caverà.”
Ora, in quel medesimo istante, proprio in quel punto della terra,
Il destino faceva sopraggiungere un carro molto pesante
Trainato da un vecchio asino storpio, magro e sordo;
Quest’asino sfinito, zoppicante e penoso,
Dopo un giorno di marcia si approssimava alla stalla;
Tirava il carretto e portava un paniere;
Ogni passo che faceva sembrava fosse il penultimo;
Quest’animale avanzava estenuato, battuto,
Tempestato da un nugolo di colpi;
Aveva negli occhi offuscati dai fumi della fatica
Quell’eginetica espressione che pare ottusità ma è stupore;
La carreggiata era impervia, piena di fango,
E in quei solchi così aspri ogni giro di ruota
Dava come un lugubre e rauco strappo;
L’asino arrancava gemendo, il barrocciaio bestemmiava;
La strada declive pressava il carro dietro il povero animale;
L’asino meditava, sottomesso, colpito dalla frusta e dal bastone,
E il suo pensiero toccava una profondità sconosciuta all’uomo.
I ragazzi, avvertendo il rumore di quelle ruote e di quel passo,
Si voltarono chiassosamente e videro il carretto:
“Hé! Non far cadere la lastra di pietra sul rospo. Fermati!”

Gridarono. “Guarda, sta giungendo quel carro
E gli passerà sopra, sarà molto più divertente.”
Tutti si misero ad osservare. D’improvviso, avanzando pel sentiero
Ove la martoriata e orrida creatura attendeva il supplizio finale,
L’asino vide il rospo e, triste - ahimè! Chinandosi
Verso chi era ancora più triste-, oppresso, sfinito, cupo,
Abbassò il muso fin quasi a terra e parve fiutarlo;
Questo forzato, questo dannato, questo pio martire, lo graziò;
Rinfocolò le proprie forze ridotte al lumicino e, tendendo
La catena e la cavezza sui suoi muscoli insanguinati,
Opponendosi al barrocciaio che gli gridava: “Avanti!”,
Dominando la spaventosa vicinanza del suo fardello,
Affrontando la sfida pur con la sua spossatezza,
Tirando il carro e sollevando il basto,
Stravolto, portò a deviare l’inesorabile traiettoria della ruota,
Lasciando vivere dietro di lui quel miserabile;
Poi, ricevuto un colpo di frusta, riprese il suo cammino.
Allora, liberando le mani dalla lastra di pietra che scivolò via,
Uno dei fanciulli – proprio quello che racconta questa storia -
Sotto l’infinita volta del cielo azzurro e tenebroso a un tempo,
Ebbe modo di udire una voce ferma che gli disse: “Sii buono!”
La bontà nell’incoscienza è il diamante in mezzo al carbone!
Il divino enigma della luce maestosa che squarcia le tenebre!
L’armonia celeste nulla avrebbe più delle cose morte,
Se le cose morte, triste accozzaglia di castighi e cecità,
Riflettessero, e, private d’ogni gioia, provassero pietà.

Oh, quale ineffabile spettacolo! L’ombra misericordiosa,
L’anima costretta al buio soccorre l’anima nelle tenebre,
L’idiota, mosso a compassione, si curva sull’essere ripugnante,
Il buon dannato dà speranza a chi è stato accusato di malvagità!
L’animale che si eleva, mentre l’uomo indietreggia!
Nell’irreale serenità del pallido crepuscolo,
L’orrenda bestia meditò per un istante e scoprì d’esser parte
Di quella misteriosa e profonda dolcezza;
Bastò che un lampo di grazia splendesse nel suo essere
Per renderla del tutto simile a una stella eterna.
L’asino che era rientrato la sera, sovraccarico, distrutto,
Morente, e sentiva sanguinare i suoi poveri zoccoli consunti,
Aveva fatto qualche passo in più, aveva scartato e deviato
Per non schiacciare un rospo nel fango.
Quest’asino meschino, sudicio, straziato dai colpi di bastone,
Ha mostrato d’esser più nobile di Socrate e più grande di Platone.
Che vai cercando, filosofo? Oh, pensatore, stai elucubrando?
Volete forse trovare la verità fra queste nebbie maledette?
E allora credete, piangete, immergetevi nell’insondabile amore!
Chi è buono vede chiaro quando giunge all’oscuro bivio;
Chi è buono dimora in un angolo di cielo. Oh, saggio,
La bontà che rischiara il volto del mondo,
La bontà, questo sguardo ingenuo del mattino,
La bontà, limpido raggio di sole che scalda l’ignoto,
L’istinto che, nella tenebra e nella sofferenza, ama,
E’ quel legame ineffabile e supremo
Che equipara nell’ombra – ahimè, spesso così lugubre! -
Il grande innocente, l’Asino, a Dio il grande sapiente.

Traduzione di Barbara X

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